La rivoluzione industriale ha svuotato le campagne abruzzesi e italiane inseguendo modelli di sviluppo legati al boom economico  degli anni 50 e 70. Il fallimento dell’industrializzazione oggi sta riportando l’economia alla terra, invitando a investire e puntare su agricoltura, sostenibilità, qualità, tipicità e bellezza espresse dai territori abruzzesi e italiani in un momento in cui gli altri settori stanno precipitando. La nostra regione, malgrado la congiuntura, dà segnali positivi sul valore dell’agricoltura e  dell’occupazione che ne scaturisce, l’Abruzzo non può perdere più tempo e deve stare al passo con uno sviluppo che parta dal coinvolgimento diretto di chi sulla terra e per la terra lavora, investe e produce.

Non è possibile nemmeno che si parli di agricoltura senza parlare di turismo, ambiente ed enogastronomia. La ragione per cui l’Abruzzo fatica ancora a farsi conoscere fuori dai suoi confini e da quelli italiani, risiede proprio in questo: si promuove a compartimenti stagni, cercando nicchie che ormai, in Europa e nel mondo, nessuno più cerca.

Il vino italiano è fra i prodotti più esportati. Il vino abruzzese, fra i più apprezzati in Italia. Ci sono tipicità che arrivano dalla terra e che parlano di Abruzzo, cito lo zafferano, la più antica e nobile coltura capace di far parlare della nostra regione altre regioni del mondo. L’imprenditoria agricola abruzzese è però fiaccata da burocrazia, lentezza, dipendenza economica da risorse in arrivo dall’Europa sì, ma disperse a pioggia senza un Piano di sviluppo rurale organico davvero, che parli la lingua della terra, ne esprima le reali esigenze e consenta programmazione, ma fuori dalle emergenze che si è costretti ad affrontare, come quella del maltempo che ha provato e prova il comparto.

Tutto questo deve cambiare. Ci sono fondi, tantissimi, a cui si può ambire per risollevare imprese esistenti che lottano contro la crisi, consentendo innovazione, promozione e riqualificazione. Lo si deve fare in tempi stretti, perché se i figli degli imprenditori sono tornati all’azienda dei padri, lo hanno fatto dopo aver studiato per prendere il loro posto o sono pronti a farlo preparandosi ad occupare un posto di amministrazione moderna delle piccole e medie realtà agricole di cui l’Abruzzo è pieno e che sono storicamente la nostra cifra di sviluppo su cui nessuno ha realmente puntato.

Una Regione che ha ben chiara la sua natura, non può non dare spazio a questo genere di crescita: ma lo deve fare con degli strumenti in grado di mettere in rete gli interventi e programmare leggi ad hoc, sburocratizzazione, ricerca scientifica per conquistare qualità e aggregazione delle filiere coinvolte, al fine di generare una politica che sia utile davvero.

Una politica che sia in grado di ottimizzare risorse e interventi e che dia un esempio in tempo di crisi, invitando alla sostenibilità, al riuso enogastronomico dei prodotti agricoli e non, puntando su Parchi, ambiente e bellezze paesaggistiche senza lasciare fuori prodotti, eventi e storia economica di cui sono portatrici.

Serve una nuova rivoluzione che dia all’agricoltura il valore di industria del territorio. Le maestranze perché ciò accada sono uno dei patrimoni che abbiamo a disposizione per farla. Servono politiche condivise con gli addetti ai lavori, azioni che siano capaci di risollevare anche la terra e renderla interprete dello sviluppo moderno, innovativo ed europeo che l’Abruzzo merita.

Luciano D’Alfonso