Grande clamore ha giustamente suscitato in questi giorni la relazione, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, sulla pericolosità per la salute umana dei fenomeni di contaminazione delle acque nel sito di Bussi sul Tirino.

Il futuro di quell’area deve diventare emergenza nazionale per i poteri statali, affinché si faccia in modo che ci sia copertura finanziaria, amministrativa e normativa sia per la bonifica, che per ripristinare il naturale ciclo di vita nei luoghi di cui è accertata la contaminazione e anche nei luoghi a rischio.

Scrivo per rimarcare che dal punto di vista procedurale l’attivazione del prestigioso Istituto Superiore di Sanità spetta alla Regione e che ciò, purtroppo, non è avvenuto da parte del governo regionale, lasciando così maturare ritardi inammissibili (siamo a quasi otto anni dalla scoperta della megadiscarica in località Tre Monti) per avere la relazione di competenza di uno dei massimi organi tecnici di cui dispone lo Stato.

Tutta la vicenda dell’inquinamento della Valle del Pescara ha avuto una gestione domestica, localistica e minimale, mentre per via delle sue dimensioni, per l’importanza e per il numero delle persone e delle attività coinvolte occorreva coinvolgere, da subito, le migliori energie scientifiche e operative della nazione.

La Regione, cambiato il quadro politico attuale, aprirà una cabina di coordinamento e di monitoraggio chiamando a raccolta le massime Autorità competenti in merito, per affrontare adeguatamente il problema: il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR),  l’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (ISPRA),  le Università, l’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia, e Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA,  coinvolgendo il Governo nazionale e la Commissione Europea. Non è più rinviabile l’insediamento della cabina indicata che verifichi continuamente la progressione delle procedure e dei risultati, evitando di ricadere nella pigrizia e nella dimenticanza.

Due sono gli obiettivi prioritari da affrontare immediatamente.

a) Il primo è quello della MISE (Messa In Sicurezza di Emergenza) che consiste nel recintare, con adeguate strutture di contenimento, tutte le sorgenti inquinanti perché i veleni non si diffondano più nell’ambiente.  Solo allora sarà possibile procedere nel percorso serio della bonifica, tramite:

l’approvazione dei Piani di Caratterizzazione (quello redatto dall’Arta per le aree pubbliche già al vaglio del Ministero e il piano relativo alla discarica insistente su aree private, nella speranza che entrambi siano forniti della reale copertura finanziaria necessaria);

la fissazione di obiettivi di qualità ambientale da raggiungere;

la scelta delle tecnologie da impiegare;

la redazione del Piano di bonifica;

l’approvazione da parte dell’autorità competente;

l’esecuzione del Piano, assicurandogli la necessaria copertura economica con l’attivazione degli interventi di bonifica veri e propri.

Nello sviluppo del percorso di bonifica, che si protrarrà necessariamente per tempi lunghi (incomprimibili), sarà anche possibile recuperare posti di lavoro qualificati. Bonificare “tutto e subito” è uno slogan suggestivo, ma forse impossibile a realizzarsi per motivi tecnici ed economici. Chi pensasse, infatti, alla rimozione dei rifiuti, senza effettuarne prima il contenimento (vale a dire la MISE), rischierebbe di ri-mobilitare quantitativi incredibili di inquinanti e producendo così altri danni ingentissimi. I motivi di bilancio sono altrettanto evidenti: la MISE è alla portata attuale delle casse dello Stato, mentre la  bonifica  richiederebbe nell’immediato circa 7 miliardi di euro. La MISE, dunque, è urgente ed imprescindibile, ma deve essere effettiva e tecnicamente ineccepibile.

b) Il secondo obiettivo è quello del destino economico delle aree già disponibili di Bussi sul Tirino e di quelle che si libereranno dopo le azioni di bonifica che devono ospitare, finalmente, dopo oltre un secolo, produzioni a basso impatto ambientale, Green Chemistry (vale a dire produzioni chimiche pulite e sostenibili) e occupazione qualificata, com’è accaduto e accade in altre zone compromesse d’Italia.

c) Come terza priorità l’Abruzzo deve farsi carico anche di attivare un contratto di fiume per restituire salute all’intero bacino Aterno-Pescara, osservando le migliori esperienze sul campo di altre regioni italiane e fra queste l’Umbria.

Tutto ciò mentre una Regione attenta, finalmente, istituirà il Registro Regionale dei Tumori, pretenderà l’Analisi Epidemiologica dall’Istituto Superiore di Sanità per le popolazioni esposte a queste vicende, visto che l’Abruzzo, in assenza di iniziativa regionale, non è stato ricompreso neppure nel “Progetto Sentieri” che ha studiato la situazione sanitaria di tutti i siti contaminati italiani, tranne, appunto, proprio quelli della nostra Regione.

 

Luciano DAlfonso