Tramonto sul Gran Sasso visto dal mare

E’ da cinquant’anni che “gli Abruzzi” hanno perso il plurale: la legge costituzionale n. 3 del 27 dicembre 1963 ha sancito la nascita dell’Abruzzo e del Molise come entità distinte. Ma quella di Abruzzi era una definizione calzante: il territorio compreso tra il Tronto, il Trigno, l’Adriatico e gli appennini raccoglie un melting pot di genti, tradizioni e vocazioni molto diverse. Questa eterogeneità è un valore e come tale va trattata: invece di appiattire tutto sotto una patina finto-omologante, è fondamentale promuovere le peculiarità tipiche di ogni area.

Questa è la regione in cui con un’ora si può passare dal mare alla montagna, dall’architettura avveniristica del Ponte del Mare a Pescara al fascino millenario del Guerriero di Capestrano custodito a Chieti, dai bastioni poderosi della Fortezza di Civitella del Tronto alla maestosità preistorica del mammuth conservato a L’Aquila, dalla natura selvaggia di Punta Aderci alla sacralità del Miracolo Eucaristico di Lanciano. L’economia, l’ambiente, il turismo e la cultura di ogni angolo di questa terra sono differenti e creano ricchezza soltanto se collegati in un sistema che li valorizzi: il sistema Abruzzo.

D’altra parte la storia rivela che già in epoca romana il territorio abruzzese era diviso tra vari popoli: Piceni e Pretuzi a nord; Vestini, Marrucini e Peligni nella zona centrale; Marsi ed Equi a ovest; Frentani e Sanniti a sud. In età augustea la regione viene spaccata in due: il Piceno – che comprendeva l’odierna provincia di Teramo e l’area nord del Pescarese – e il Sannio, che includeva il resto. Nell’ottavo secolo i Longobardi rimischiano le carte, assegnando le terre a nord del fiume Aterno-Pescara e la Marsica al ducato di Spoleto, e il resto al ducato di Benevento.

Nel 1222 l’imperatore Federico II riunifica l’Abruzzo promuovendo Sulmona al rango di capitale, ma cinquant’anni più tardi Carlo d’Angiò  divide nuovamente il territorio in due grandi aree: l’Abruzzo Ulteriore (la parte a nord del fiume Aterno-Pescara) e l’Abruzzo Citeriore. Questa distinzione rimarrà in vigore per 588 anni, fino alla proclamazione dell’Unità d’Italia (1861) con la quale viene creata la regione Abruzzi (comprendente anche il Molise, che si staccherà soltanto un secolo più tardi).

Anche la lingua – nella sua struttura profonda – presenta forti diversità. Il triangolo compreso tra L’Aquila, Tagliacozzo e Carsoli parla una dialetto che appartiene all’Italiano Mediano (quello del centro Italia) mentre il resto della regione si rifà al meridione. E se la provincia di Teramo mantiene una sua unità linguistica, quelle di Pescara, Chieti e in parte L’Aquila si dividono tra Abruzzese Orientale Adriatico e Abruzzese Occidentale, con differenze notevoli. Un esempio? C’è un dolce abruzzese che viene chiamato ferratella, neola o pizzella a seconda della zona in cui ci si trova.

Non è certo necessario tornare all’appellativo “Abruzzi”, che resta comunque valido per indicare il caleidoscopio dei territori racchiusi entro i confini regionali. Ma sono proprio questi territori che vanno esaltati attraverso politiche in grado di far emergere il valore specifico di ogni luogo, rivelando così i mille riflessi diversi di un solo grande Valore Abruzzo.